La Repubblica di Platone: Guerra o Discordia

Riprendo un passo dal libro V della Repubblica di Platone, dove  riporta le idee di Socrate sotto forma di dialogo con i suoi interlocutori (tipo salotto televisivo), in questo caso con Adimanto. Molte affermazioni sono oggetto di discussione, anche se enunciate sotto forma di domande.

La Repubblica di Platone

Dal Libro V – Se donne e figli debbano essere in comune

” (Socrate ad Adimanto) ….  «Non ti sembra segno di grettezza e avidità spogliare un cadavere, e proprio di un animo donnesco e meschino trattare da nemico il corpo del morto, dal quale il soldato avversario si è involato lasciando solo le armi con cui combatteva? Oppure credi che chi si comporta così faccia qualcosa di diverso da quelle cagne che si arrabbiano con le pietre da cui sono state colpite, e non toccano chi le ha gettate?» (Adimanto) «Non c’è la minima differenza», rispose.

(Socrate) «Bisogna quindi rinunciare a spogliare i cadaveri e a impedire ai nemici di riprenderseli?» (A) «Certo che bisogna rinunciarvi, per Zeus!», esclamò.

«E neppure porteremo nei templi le armi per appenderle come offerte votive, tanto meno quelle dei Greci, se ci sta a cuore la benevolenza verso gli altri Greci; anzi, avremo timore che portare in un tempio le spoglie sottratte a gente della nostra razza sia una sorta di contaminazione, a meno che la divinità non si pronunci diversamente». (A) «Giustissimo», disse. «E per quanto riguarda la devastazione della terra greca e l’incendio delle case, come si comporteranno i tuoi soldati nei confronti dei nemici?» «Avrei piacere di sentirti manifestare la tua opinione», rispose.

(S) «Mi sembra», precisai, «che non si debba fare né l’una né l’altra cosa, ma solo portare via il raccolto di un anno. Vuoi che ti dica il perché?» (A) «Sicuro!».

(S) «Come esistono questi due nomi, guerra e discordia, così mi pare che esistano due entità corrispondenti a due diversi tipi di contesa. Per queste due entità io intendo la parentela e l’affinità di stirpe da una parte, l’estraneità di stirpe e di sangue dall’altra. All’inimicizia fra parenti è stato dato il nome di discordia, a quella fra stranieri il nome di guerra». (A) «Le tue definizioni sono appropriate», assentì .

(S) «Vedi dunque se lo è anche la seguente. Io sostengo che la razza greca è parente e affine a se stessa, ma estranea per sangue e per stirpe a quella barbarica». (A) «Bene!», esclamò.

(S) «Pertanto, quando i Greci combattono contro i barbari e i barbari contro i Greci, diremo che si fanno guerra e sono nemici per natura, e a questa inimicizia va dato il nome di guerra; ma quando una cosa del genere avviene tra Greci, cioè tra uomini amici per natura, diremo che in tale circostanza la Grecia è ammalata e agitata da lotte intestine, e a questa inimicizia va dato il nome di discordia». (A) «Ammetto di condividere il tuo parere», disse.

(S) «Considera dunque», proseguii, «che nella condizione da noi riconosciuta poco fa come discordia, dovunque si verifichi un fatto del genere e la città sia travagliata da lotte interne, se gli uni devastano i campi e bruciano le case degli altri, la discordia sembra davvero esiziale e nessuno dei due contendenti dà l’impressione di amare la patria; altrimenti non oserebbero mettere a ferro e fuoco la loro nutrice e madre. Al contrario è ragionevole che i vincitori privino i vinti del raccolto e pensino di riconciliarsi e di non farsi guerra in eterno». (A) «Questa concezione», disse, «è molto più mite di quell’altra».

(S) «E la città che stai fondando», domandai, «non sarà forse greca?» (A) «Deve esserlo!», rispose.

(S) «Allora i suoi abitanti saranno onesti e miti?» (A) «E come!»

(S) «E non saranno amici dei Greci? Non considereranno la Grecia alla stregua di una loro parente, e non avranno in comune con gli altri le cerimonie sacre?» (A) «Senza alcun dubbio».

(S) «Quindi l’inimicizia coi Greci, in quanto loro parenti, la giudicheranno discordia e non la chiameranno neppure guerra?» (A) «No di certo».

(S) «E nelle inimicizie saranno pronti a riconciliarsi?» (A) «Sicuro».

(S) «Perciò faranno rinsavire i loro avversari benevolmente, senza punirli fino all’asservimento o allo sterminio, poiché saranno correttori, non nemici».  (A) «è così », disse.

(S) «E in quanto Greci non metteranno a ferro e fuoco la Grecia, non bruceranno le case, non dichiareranno loro nemici tutti gli abitanti di ciascuna città, uomini, donne e bambini, ma sempre e solo i pochi responsabili dell’inimicizia. Per tutte queste ragioni non vorranno devastare la loro terra, se reputeranno la maggior parte degli abitanti loro amici, né distruggere le loro case, ma condurranno le ostilità fino al punto in cui i responsabili verranno costretti a pagare il fio dagli innocenti che soffrono per causa loro».

(A) «Io convengo», disse, «che i nostri cittadini devono comportarsi così con gli avversari, mentre con i barbari va tenuto il comportamento che ora i Greci usano tra di loro».

(S) «Stabiliamo dunque anche questa legge per i guardiani, di non devastare la terra e non incendiare le case?» (A) «D’accordo», rispose, «teniamo per buone queste norme come le precedenti». …”

Morale

La storia non ci ha insegnato niente. Russi e Ucraini che si scannano da due anni, Israeliani e Palestinesi (Hamas) che parlano di distruggersi a vicenda. Secondo Platone stanno prevalendo i barbari. C’è solo “guerra” anche se in realtà potrebbe essere solo “discordia”.

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