Le grandi scimmie nel genere umano?

Tratto da pag. 312 di “Millennium” di Felipe Fernandez-Armesto – docente di storia moderna a Oxford. Nel libro, il Prof. percorre gli ultimi mille anni di storia, così come si sono svolti in ogni parte del mondo, senza perdere i particolari delle singole vicende né il disegno complessivo dei grandi cambiamenti epocali.

“A paragone della gerarchia evoluzionistica, che collocava le specie in ordine ascendente e minacciava alle razze inferiori la relegazione in un settore separato, il modo di classificare la creazione, nell’antichità e nel Medioevo, appare privo di cuciture. C’erano minori discontinuità nella scala della natura: la grande catena dell’essere era tenuta insieme da legami più forti, perlomeno nel settore occupato dalle scimmie, dagli angeli e dalle creature intermedie.

L’uomo ha sempre guardato di sottecchi le altre scimmie. La parentela è troppo evidente perché sia possibile ignorarla. A Darwin piaceva andare a visitare nello zoo di Londra Jenny, la piccola femmina di orangutan, e vederla comportarsi in modo singolare, come una bambina, rispondendo, con evidente capacità di comprensione, alle minacce e alle promesse del guardiano, facendo moine e collaborando nella speranza di una ricompensa, pavoneggiandosi nel suo vestito da donna quando fu presentata alla duchessa di Cambridge. La simpatia di Darwin per quella creatura era stata anticipata dagli artisti medievali, come l’illustratore della guida del pellegrino di Breydenbach, della fine del XV secolo, che mostrava un babbuino nell’atto di addomesticare un cammello con un guinzaglio e un bastone.

Mentre Darwin osservava l’uomo e vedeva in lui una scimmia evoluta, i naturalisti medioevali osservavano le scimmie e vedevano in esse uomini degenerati. In quella che è stata chiamata una sorta di teoria dell’involuzione, essi descrivevano una scala della creazione i cui gradini inferiori erano occupati da discendenti dell’uomo, una sottospecie comprendente selvaggi, omuncoli, esseri ibridi un po’ bestie un po’ uomini, , razze mostruose e scimmie.

Ciò rendeva impossibile tracciare una netta linea di demarcazione tra uomini e non. Ogniqualvolta venivano scoperte nuove razze umane o nuove specie di scimmie, si apriva un dibattito razionale per decidere come dovevano essere classificate.

Gli indiani d’America furono ufficialmente inclusi nel genere umano da una bolla pontificia del 1533; sugli ottentotti (tribù intorno al Capo di Buona Speranza) le opinioni erano divise, ma la mappa del mondo disegnata da Sebastiano Caboto nel 1554 li idealizzò raffigurandoli nell’atto di condurre fra loro una conversazione in stile rinascimentale, con calzoncini molto decorosi e bastoni in mano.

Verso la fine del Medioevo, giuristi e teologi elaborarono, a quanto sembra, un’idea del mondo in base alla quale nessun fosse escluso dalla comunitas mortalium, la categoria comprendente l’intero genere umano. E, secondo una famosa tautologia del Cinquecento, <tutti i popoli appartenenti al genere umano sono umani>.

Darwin preferiva la piccola Jenny, con i graziosi vestiti e l’incerto autocontrollo, agli scontrosi abitanti della Terra del Fuoco. Ma alcuni precedenti osservatori erano stati meno insofferenti di lui, rappresentando presenze fisiche e comportamenti classici intorno alla stretto di Magellano, là dove Darwin vide solo una indifferenza fra selvaggi e uomini civili . I precedenti osservatori avevano guardato con riverente soggezione alla pratica della nudità sociale, quasi fosse una sopravvivenza dell’antica età dell’oro, di quell’epoca di ingenuità silvana cantata dai poeti, o la testimonianza di uno stato di innocenza come quello precedente il peccato originale. Per Darwin il medesimo fenomeno era solo un’altra prova dell’adattamento animale, che aveva consentito ai fuegini di sopportare, senza abiti, il freddo intenso del loro habitat.

Mentre l’uomo alla stato di natura oscillava nelle valutazioni degli studiosi, la stima riservata alle scimmie aumentava in modo cospicuo. Una trentina d’anni prima dell’incontro di Darwin con Jenny, Thomas Love Peacock aveva scritto un romanzo che aveva come protagonista un orangutan. Peacock fu un genio della comicità, passato alla storia, mordace critico dell’ e promotore della navigazione a vapore. Il suo personaggio scimmiesco, sir Oran Haut-ton, mostrava quanto fosse dubbia la possibilità di tracciare una netta linea divisoria fra il selvaggio e la bestia.

Sir Oran, poiché sembrava possedere tutte le facoltà razionali, a eccezione dell’uso della parola, si era guadagnato la ama di . Era stato eletto deputato e poi creato baronetto. Il gioco di parole contenuto nel nome era basato sull’idea che gli oranghi potessero imparare a suonare il flauto, una tesi propugnata dal grande sostenitore dell’umanità delle scimmie antropomorfe, lord Monboddo, morto nel 1799. La sua teoria dello sviluppo sociale, secondo cui l’uomo si eleva gradualmente da un’originaria condizione animalesca, era simile, per alcuni aspetti, al darwinismo, alla formazione del quale forse aveva anche contribuito.

Era giusto dire che questa specie di scimmie aveva sicuramente cercato con tenacia la compagnia dell’uomo, perché la radice malese del nome significa . Se si intendeva salutare l’ingresso degli oranghi nell’ambito dell’umanità, i pigmei, gli ottentotti e altri gruppi poco favoriti dalla natura rischiavano potenzialmente di esserne esclusi. In pratica, però, i metodi di classificazione preevoluzionistici tendevano, sia pure con molte eccezioni, a sbagliare dal lato delle inclusioni.”

Così sarebbero andate le cose. Perciò, non temete le scimmie o gli orangotanghi che incontrate tra gli uomini, non sono scimmie, perché li abbiamo escluse dal genere umano, ma alla luce di quello che stiamo combinando, non so quanto ci abbiamo guadagnato.

Abbiamo bisogno di sviluppare forti relazioni con i nostri simili: Stakeholder

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